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La MLS contro il razzismo

di Nicolò Grosso

“Lo sport non è solo una forma d’intrattenimento, ma anche uno strumento per comunicare valori che promuovono il bene della persona umana e contribuiscono alla costruzione di una società più pacifica e fraterna.” (Papa Francesco)

Da diversi giorni, a partire dal controverso episodio della morte di George Floyd, gli Stati Uniti sono in subbuglio, con cortei di protesta e scontri fra manifestanti e forze dell’ordine che si susseguono senza sosta.

Il tema del razzismo, così, in questo periodo, è all’ordine del giorno in quasi tutto al mondo, almeno quello occidentale, soprattutto negli USA. Lo sport, e il calcio in particolare (e quindi la MLS), naturalmente, non sono esclusi.

Caso Floyd: MLS e USMNT combattono il razzismo

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#UnitedAgainstRacism

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Vediamo come si è schierato il soccer nella lotta al razzismo.

McKennie: “Justice for George”

Il giocatore dello Schalke 04 e del USMNT Weston McKennie è stato uno dei primi calciatori a lanciare un messaggio importante su questo argomento a tutti gli appassionati di calcio. Nella partita di Bundesliga dello scorso 30 maggio contro il Werder Brema, il centrocampista afroamericano è sceso in campo con al braccio una fascia sulla quale era stampata la scritta “Justice for George, “Giustizia per George (Floyd)”. Il suo gesto è stato imitato da altri giocatori di Bundes, come Sancho del Borussia Dortmund. Ora, questi giocatori rischiano una squalifica, in quanto il regolamento del campionato proibisce agli atleti di indossare indumenti che trasmettano messaggi politici, ma i loro gesti di solidarietà sono stati applauditi perfino dal presidente FIFA GIanni Infantino.

Reyna, RSL e Whitecaps in ginocchio per George Floyd

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In Bundesliga non sono stati gli unici dare un segnale di solidarietà verso Floyd, i suoi cari e verso tutte le persone vittime di discriminazione razziale. Il Liverpool, per esempio, come riporta «Sky Sport», è stata una delle prime compagini europee a mettere in atto una forma di protesta che è stata poi ripresa da diverse altre squadre, anche in Italia. In occasione di una sessione di allenamento i giocatori e lo staff dei Reds si sono inginocchiati, a distanza di sicurezza, disponendosi intorno al cerchio di centrocampo, in una “posa che riprende la protesta del quarterback del football americano Colin Kaepernick nel 2016 contro il razzismo negli Stati Uniti”.

Questa protesta, dicevamo, è stata imitata da molti altri club. In MLS, ad esempio, ci hanno pensato Real Salt Lake e Vancouver Whitecaps, mentre in Bundesliga, prima del fischio d’inizio della sfida tra il Borussia Dortmund di Giovanni Reyna e l’Herta Berlino (6 giugno), il gesto è stato replicato da entrambe le squadre contemporaneamente. Nel riscaldamento pre-gara, inoltre, i giocatori del BVB avevano indossato delle T-shirt nere che recitavano diversi messaggi di solidarietà e contro il razzismo. Su quella di Reyna, per esempio, c’era scritto “No Justice, No Peace”, “No Giustizia, No Pace”.

USMNT: gli afroamericani della nazionale chiedono uguaglianza

McKennie non è stato l’unico giocatore della nazionale a voler lanciare un messaggio contro il razzismo nel suo Paese: in diversi lo hanno seguito, fra cui il portiere Zack Steffen e il terzino DeAndre Yedlin.

Steffen è vicino sia ai manifestanti sia alle persone danneggiate dalle loro proteste

Il primo, sui social, ha pubblicato un messaggio in cui si dice orgoglioso di difendere la porta degli Stati Uniti, ma allo stesso tempo si chiede per quale motivo dovrebbe farlo, se i suoi connazionali non difendono le vite dei cittadini di colore come lui.”Ho bisogno di sapere che il mio Paese sostenga le vite dei neri“, dice Steffen, che ha dichiarato che lui e gli altri afroamericani non smetteranno di protestare fino a quando non verranno riconosciti alla pari degli americani bianchi, ma che comunque dimostra di essere vicino anche alle persone che hanno subito danni a causa delle manifestazioni, spesso violente e vandaliche, di questo periodo. L’estremo difensore, infatti, ha lanciato con GoFundMe un progetto che ha l’obiettivo di raccogliere $1.000.000 per risarcire i titolari di piccole attività danneggiate nel corso delle proteste.

Yedlin: “Tutto ciò che chiediamo è essere considerati uguali”

Uguaglianza è ciò che chiede anche Yedlin. L’attuale giocatore del Newcastle ha scritto su Twitter che, dopo l’assassinio di Floyd, suo nonno gli avrebbe detto di essere contento che lui sia in Inghilterra, perché in America temerebbe per la sua vita. “Lui (suo nonno)” ha scritto il calciatore “è nato nel 1946, […] ha vissuto in alcuni dei peggiori momenti del razzismo negli Stati Uniti, e oggi, 70 anni più tardi, ha ANCORA paura per la vita del suo nipote nero”

“Tutto ciò che chiediamo è essere considerati uguali” (DeAndre Yedlin)

Yedlin ha poi proseguito dicendo “Tutto ciò che chiediamo è essere visti come uguali” (ai bianchi), esprimendo infine la sua vicinanza a “George Floyd, la sua famiglia, e tutte le innumerevoli vittime a cui è stata tolta la vita per mano della brutalità senza senso della polizia”.

No al razzismo: il messaggio della MLS è chiarissimo

La MLS è da sempre contraria ad ogni forma di razzismo e, in seguito al caso Floyd, ha lanciato sul proprio sito una campagna per combattere questa piaga. Da diversi, giorni infatti, sul sito della lega sono quotidianamente raccolte le parole di giocatori e allenatori che vogliono fare la loro parte in questa battaglia.

Laryea e Ibehaga non ne possono più

Più di un giocatore nero si è lamentato del problema razzismo in America: “Ne ho avuto abbastanza” ha detto Laryea di Toronto FC. Gli fa eco Ibehaga, difensore di New York City FC: “Quando è troppo è troppo. Il tempo delle scuse è finito. Il tempo dell’ignoranza è finito. […] Questa è l’ora di agire. […] Insieme siamo una forza inarrestabile”. Ibehaga, dunque, invita apertamente a protestare.

“Parte tutto da noi”

Anche per Kaye dei LAFC è il momento di cambiare le cose, mentre Ricketts dei Vancouver Whitecaps scrive “Parte tutto da noi”: è dovere di tutti noi darsi da fare per debellare il razzismo.

Giocatori in piazza

Lo stesso Kaye e Miller di Orlando City sono anche scesi  in strada in prima persona, nelle rispettive città di residenza, per manifestare in favore dell’uguaglianza tra tutti gli esseri umani, a prescindere dal colore della pelle.

Anche i bianchi  non ci stanno: serve educazione

L’ex-capitano del USMNT Michael Bradley, ha ammesso di non essere adeguatamente informato sul razzismo, argomento di cui, secondo lui, tutti sanno pochissimo. A suo parere, la causa principale di questi problemi è proprio l’ignoranza, e l’unica soluzione è educare le persone riguardo a questo tema tanto delicato quanto importante. Per Bradley, tutti, specialmente i bianchi, devono fare di più per combattere le ingiustizie razziali.

Come lui, l’allenatore di Sporting Kansas City Peter Vermes, anch’egli bianco, si è detto “incredibilmente triste” e “disgustato dal razzismo e dalla mancanza di educazione riguardo a questo tema, anche “perché non è la prima volta che accade negli ultimi anni”.

C’è anche un lato positivo

Un po’ più ottimista il terzino destro di FC Dallas e della nazionale Reggie Cannon, che si dice “incoraggiato dalla nuova ondata di persone che parlano” di razzismo. Secondo lui, il crescente interesse della gente per questo grave problema potrebbe finalmente portare a veri cambiamenti.

Come lui, Onuoha di Real Salt Lake dice che ciò che gli “dà forza, è che non sono solo le persone nere a protestare ora”.

La polizia fa paura

Lo stesso Onuoha, però, dice di averne abbastanza del razzismo e, seppure imbarazzato, dichiara di avere “paura e sfiducia verso la polizia“, e aggiunge di non sentirsi completamente sicuro quando esce di casa, per timore di essere ucciso.

Calciatori discriminati

Moltissimi giocatori, poi, hanno scelto di raccontare le proprie esperienze personali di discriminazioni subite.

Colpisce particolarmente la testimonianza di Bernier dei Montreal Impact, che dice di essere stato fermato, una volta , in Quebec (Canada), a bordo della BMW di sua moglie, dalla polizia, che sospettava che l’auto fosse rubata, perché “chiaramente […] se sei un nero in una bella auto, non è normale, non è tua”. Bernier passa poi a raccontare dell’esperienza di sua figlia, presa in giro dai compagni di scuola senza capire il motivo. Lui, però, era ancora più piccolo la prima volta che fece esperienza della discriminazione razziale.

Anche gli attaccanti Sapong (Chicago Fire) e Kei Kamara (Colorado Rapids) hanno detto di essere stati vittime di discriminazioni di stampo razzista in passato. Sapong ha anche invitato tutti a cogliere l’occasione “per cambiare il nostro pensiero e per costruire persone migliori e più istruite”.

MLS, combatti il razzismo, ma con Katai hai esagerato!

Recentemente, in MLS, si è andati anche troppo oltre nella lotta al razzismo, con il licenziamento di Aleksandar Katai dai L.A. Galaxy a causa di alcune frasi razziste scritte sui social non da lui, bensì da sua moglie.

Un sistema da ripensare

In questi giorni, in America, si parla di fallimento del sistema (che comprendere società, politica, forze dell’ordine ecc.). Secondo l’ex Seattle Sounders Steve Zakuani, però, esso sta funzionando esattamente come è stato pensato. Pertanto, “noi non dobbiamo ripararlo, ma smantellarlo e ricostruirlo insieme“.

Due bellissime iniziative

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“I CAN’T BREATHE” #blacklivesmatter

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 Il 7 giugno, la squadra dei D.C. United ha organizzato un evento in favore dell’ormai nota causa “Black Lives Matter“. Giocatori, staff, dirigenti e tifosi si sono riuniti – a distanza di sicurezza – all’interno dell’Audi Field di Washington D.C. Qui hanno dipinto sul terreno di gioco la frase “I can’t breathe”, “io non respiro”, che richiama la gigantesca scritta “BLACK LIVES MATTER” realizzata in una delle vie principali della città, dove qualche giorno fa si è tenuta una manifestazione pacifica le cui immagini hanno fatto il giro del mondo.

 Minnesota United, squadra di Minneapolis, città dove è morto George Floyd ed epicentro del putiferio scaturito da questo tragico evento, invece, ha organizzato un concerto del nativo del Minnesota Charlie Parr, che sarà trasmesso in streaming sui canali dei Loons. L’evento è a scopo benefico, in favore del George Floyd Memorial Fund.

Queste sono due meravigliose iniziative, che si vanno ad aggiungerle a quelle già viste di Steffen, RSL, Vancouver e della MLS in generale.

Svolta in MLS: non sarà più obbligatorio partecipare all’inno

Infine, la Major League Soccer, dopo i tanti messaggi antirazzisti trasmessi in queste settimane, è finalmente passata ai fatti: quando ripartirà il campionato, non sarà più obbligatorio partecipare al rituale pre-gara dell’inno nazionale americano (tradizione tipica di tutti glisport statunitensi) . Sarà ammesso, infatti, inginocchiarsi durante l’esecuzione, così come aveva fatto nel 2016 Colin Kaepernick, il giocatore NFL già citato sopra.

Una scelta condivisibile, dal momento che è comprensibile che calciatori e squadra non americane – basti pensare alle tre franchigie canadesi presenti in MLS – non abbiano piacere a partecipare al rituale. Allo stesso tempo, sarà finalmente possibile per gli atleti, americani o stranieri che siano, esprimere il loro dissenso e protestare contro fenomeni ripugnanti quali il razzismo senza incorrere in sanzioni.

 

Insomma, il messaggio della MLS e di tutto il mondo del soccer  – naturalmente condiviso anche da «MLS Magazine Italia» – è estremamente chiaro: NO AL RAZZISMO.

La lega, le società, e i tesserati stanno facendo la propria parte, e posizioni contrarie non sono tollerate. La conferma è la vicenda di Katai, a cui sono costate care – anche troppo, diciamolo – alcune dichiarazioni della moglie.

La speranza, naturalmente, è che le proteste e le iniziative del calcio americano portino a una svolta, perché, o si cambia adesso o, probabilmente, non lo si farà mai più (o almeno non in tempi brevi).

Ho un sogno che un giorno proprio qui in Alabama ragazzi e ragazze neri potranno unire le mani con ragazzi e ragazze bianchi e passeggiare insieme come fratelli. (Martin Luther King Jr.)

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