L’ultimo allenamento dei MetroStars prima della partita contro i Miami Fusion durò cinque minuti.
Era martedì 11 settembre 2001. La squadra di New York — quella che oggi si chiama New York Red Bulls — si era ritrovata alla Kean University, nel New Jersey, per rifinire la vigilia. Il giorno dopo si giocava al Giants Stadium, a East Rutherford, dall’altra parte del fiume rispetto a Manhattan.
I giocatori vennero chiamati in riunione: un aereo aveva colpito la Torre Nord del World Trade Center. Non c’erano televisioni negli spogliatoi e nessuno, in quel momento, parlò di attentato. Così la squadra uscì in campo a scaldarsi. Cinque minuti dopo li richiamarono dentro: un secondo aereo aveva colpito la Torre Sud.
Il difensore Mike Petke, nato a Long Island, ha raccontato più volte quella mattina — a CBS New York nel 2016 il ricordo più dettagliato. Si era svegliato alle sette, aveva fatto colazione con la fidanzata Kim, l’aveva accompagnata alla fermata dell’autobus davanti al Lincoln Tunnel e poi era andato all’allenamento. Poco dopo le 8:50, sulle Routes 1/9, aveva notato le auto rallentare. Non per il traffico. Ha capito solo dopo che quegli automobilisti avevano appena visto il primo aereo.
I MetroStars non tornarono più in campo quel giorno. Non c’era più nessuna partita da preparare.
La lega si ferma, e non riparte più come prima
La MLS del 2001 era alla sesta stagione di vita, aveva dodici squadre e perdeva soldi. Non era la lega di oggi.
La decisione arrivò il 13 settembre, in una teleconferenza tra i vertici del campionato: la stagione regolare finiva lì. Le partite rimaste non sarebbero state recuperate né rigiocate. Il calendario si interrompeva al 9 settembre, due giorni prima degli attentati, e si sarebbe ripreso direttamente con i playoff.
Restava un problema tecnico che racconta bene il disordine di quei giorni: alcune squadre avevano giocato 26 partite, altre 27. La classifica per punti totali non era più confrontabile. La MLS decise allora di stabilire le teste di serie sulla media punti a partita — una soluzione mai usata prima né dopo nella storia del campionato.
Il calcio americano tornò in campo il 20 settembre, nove giorni dopo, con i quarti di finale.
I MetroStars uscirono proprio lì, eliminati dai Los Angeles Galaxy in una serie decisa all’extra time. Ma nessuno, quell’autunno, guardava davvero i risultati.
Carlos Llamosa, dal World Trade Center alla Nazionale
C’è un uomo, nella MLS di quella stagione, la cui storia si incrocia direttamente con le Torri.
Carlos Llamosa era nato a Palmira, in Colombia, nel 1969. Aveva giocato in patria fino al 1990, poi nel 1991 era emigrato negli Stati Uniti per raggiungere la famiglia, che viveva nel Queens. Là aveva smesso di fare il calciatore e aveva trovato lavoro come addetto alle pulizie nei sotterranei del World Trade Center.
Era al lavoro nelle Torri durante il primo attentato, quello del 1993 — l’autobomba nel parcheggio sotterraneo che uccise sei persone. Si salvò per una coincidenza: il venerdì il personale di manutenzione aveva due ore di pausa pranzo, un’ora in più del solito, per poter andare in banca a depositare lo stipendio. Quando la bomba esplose, lui non era nell’edificio.
La storia sarebbe già straordinaria così. Invece Llamosa nel 1995 ricominciò a giocare, con i New York Centaurs. Nel 1997 fu preso dal D.C. United, dove vinse due MLS Cup. Il 23 ottobre 1998 ottenne la cittadinanza americana e due settimane dopo esordì in Nazionale. Nel 2001 giocava nei Miami Fusion, dove fu inserito nella squadra dell’anno della MLS. L’anno successivo era ai Mondiali di Corea e Giappone con gli Stati Uniti.
Un uomo che puliva i sotterranei delle Torri Gemelle è finito a giocare un Mondiale. Oggi, a 57 anni, allena il San Antonio FC in USL Championship: è ancora nel calcio americano, venticinque anni dopo.
Il 7 ottobre: la prima squadra americana a tornare
La prima nazionale statunitense a scendere in campo dopo gli attentati fu proprio quella di calcio.
Il 7 ottobre 2001, a Foxboro in Massachusetts, gli Stati Uniti battevano la Giamaica 2-1 in una qualificazione mondiale decisiva. Doppietta di Joe-Max Moore. Combinata con gli altri risultati di giornata — il pareggio tra Costa Rica e Messico e il successo di Trinidad e Tobago in Honduras — quella vittoria valse la qualificazione al Mondiale 2002.
Il capitano Claudio Reyna ha raccontato anni dopo, in un’intervista a U.S. Soccer, quanto fosse pesante indossare la maglia americana quel giorno: c’era orgoglio, ma anche rabbia, e la sensazione di portare addosso quello che provava tutto il Paese.
C’è un dettaglio che dice tutto di quel momento storico. La partita era trasmessa in diretta nazionale su ABC. Il collegamento venne interrotto: lo stesso giorno era cominciata l’invasione dell’Afghanistan, e la rete passò alla copertura della guerra.
Quello che restò
La MLS uscì da quel 2001 in condizioni fragili. Il 21 ottobre i San Jose Earthquakes vinsero la loro prima MLS Cup battendo i Los Angeles Galaxy. Il Supporters’ Shield, il trofeo per la miglior squadra della stagione regolare, andò ai Miami Fusion: il primo e unico titolo della loro storia.
Quattro mesi dopo, l’8 gennaio 2002, il Board of Governors decise all’unanimità di chiudere i Miami Fusion e i Tampa Bay Mutiny. La lega passò da dodici a dieci squadre.
I Fusion vinsero un trofeo e poi smisero di esistere. Carlos Llamosa, rimasto senza squadra, fu scelto dal New England Revolution nell’Allocation Draft del 2002.
Non fu l’11 settembre a causare la contrazione — i conti delle due squadre della Florida erano in rosso da anni. Ma quella stagione mutilata, giocata a porte quasi vuote in un Paese sotto shock, arrivò nel momento peggiore possibile per un campionato che stava cercando di dimostrare di poter sopravvivere.
Da allora la MLS ha fatto ogni anno la stessa cosa: un minuto di silenzio prima dell’inno nazionale, in tutte le partite del weekend dell’anniversario. I New York Red Bulls organizzano ogni settembre gli “11 Days of Service”, undici giorni di attività di volontariato nella comunità del New Jersey.
Venticinque anni dopo, nello stesso posto
Il 19 luglio 2026, la finale dei Mondiali si è giocata al MetLife Stadium di East Rutherford, New Jersey. Ha vinto la Spagna contro l’Argentina, 1-0 dopo i supplementari, davanti a 80.663 spettatori.
Il MetLife sorge nel Meadowlands Sports Complex, a pochi metri da dove c’era il Giants Stadium — l’impianto demolito nel 2010, quello dove i MetroStars avrebbero dovuto giocare contro i Miami Fusion la sera del 12 settembre 2001.
Nello stesso pezzo di New Jersey, con lo stesso skyline di Manhattan all’orizzonte, il calcio americano è passato in venticinque anni da una lega di dodici squadre che si chiedeva se sarebbe sopravvissuta all’anno successivo, alla finale del Mondiale.
È anche la ragione per cui vale la pena raccontare questa storia su un sito che si occupa di MLS. Perché il campionato che oggi seguiamo per Messi, Lewandowski o Son è lo stesso che il 13 settembre 2001 dovette decidere, in una teleconferenza, se avesse ancora senso giocare.
Decise di no. E poi, il 20 settembre, decise di ricominciare.

