C’è una storia che il soccer americano ha tenuto chiusa in uno spogliatoio per dodici anni. Non una storia di tattica, non una storia di infortuni o di arbitri. Una storia umana — complicata, dolorosa, reale — che spiega perché gli Stati Uniti arrivarono ultimi a Francia ’98 in un modo che i risultati sul campo da soli non riescono a raccontare del tutto.
Per capirla bisogna partire dall’inizio. Non dal 1998. Molto prima.
La nazionale che aveva tutto
Dopo il successo di USA ’94 — ottavi di finale in casa, il Brasile campione del mondo come unico ostacolo — il soccer americano aveva finalmente un’identità. Una generazione di giocatori cresciuta tra i college, le leghe indoor e le leghe semiprofessionali aveva dimostrato al mondo che gli Stati Uniti non erano più una cenerentola. E quella generazione stava maturando.
Nel 1996 era nata la MLS. Per la prima volta dalla fine della NASL, dodici anni prima, il paese aveva un campionato professionistico degno di questo nome. I giocatori della nazionale non dovevano più essere trattati come dipendenti della federazione per avere continuità — c’era una lega, c’erano squadre, c’erano stipendi veri.
E c’erano i giocatori europei. Tab Ramos in Spagna. John Harkes in Inghilterra — Sheffield Wednesday, Derby County, West Ham, Nottingham Forest. Kasey Keller al Millwall. Thomas Dooley al Kaiserslautern. Eric Wynalda in Bundesliga. Claudio Reyna in Germania. Alexi Lalas addirittura in Serie A, al Padova.
Era la generazione più europea che il soccer americano avesse mai prodotto. E Steve Sampson, promosso a commissario tecnico dopo l’addio di Bora Milutinovic, aveva il compito di portarla al Mondiale di Francia e fare ancora meglio del 1994.
Steve Sampson: l’uomo sbagliato nel momento giusto
La scelta di Sampson fu, già all’epoca, controversa. Nel suo curriculum figuravano esperienze come allenatore alla Mountain View High School, come assistente a Foothill College e UCLA, e come capo allenatore dell’università di Santa Clara, dove nel 1989 aveva vinto un campionato NCAA. Prima di diventare vice di Milutinovic nel 1993, non aveva mai allenato a livello professionistico.
Era bravo con i giovani, bravo con la comunicazione, bravo a costruire un gruppo. Ma gestire una nazionale in un Mondiale era un’altra cosa. E lo si vide nelle scelte — nelle amichevoli inutili contro Islanda, Kuwait e Macedonia a pochi mesi dal torneo, nelle rotazioni incomprensibili, nella gestione dello spogliatoio.
Eppure i risultati arrivarono. Nel 1995, alla Copa America in Uruguay, gli USA batterono l’Argentina 3-0 — uno dei risultati più clamorosi della storia della nazionale. Nel 1998, alla Gold Cup, batterono il Brasile in semifinale grazie a un gol di Preki da 25 metri. Arrivarono in finale, poi persi contro il Messico all’ultimo minuto.
La qualificazione a Francia ’98 arrivò senza troppi problemi. La nazionale era competitiva. Il gruppo era solido.
O almeno, così sembrava dall’esterno.
John Harkes: il capitano
John Harkes era il capitano. Non solo di nome — di fatto, di carattere, di storia.
Era stato tra i primi americani a sfondare davvero in Europa. Non come comparsa, non come curiosità esotica — come titolare. Giocò in Premier League per anni, vinse anche una FA Cup con lo Sheffield Wednesday. Era il giocatore americano più rispettato del continente.
Era stato a USA ’94. Aveva giocato gli ottavi contro il Brasile con quella nazionale che aveva stupito il mondo. Era uno dei pilastri su cui Sampson stava costruendo il progetto francese.
E poi, due mesi prima del torneo, sparì dalla lista dei convocati.
La scusa ufficiale
La versione ufficiale fu vaga quanto basta per non spiegare nulla. Sampson parlò di problemi di leadership, di un rifiuto di Harkes a cambiare posizione in campo, di una situazione non più gestibile. Il Fatto Quotidiano
Il calcio americano si interrogò. I giornalisti scrissero. I tifosi non capivano. Harkes era tra i 22 migliori giocatori del paese — escluderlo due mesi prima del Mondiale sembrava incomprensibile, quasi autolesionistico.
Ma nessuno parlò. Non Sampson. Non Wynalda. Non Harkes.
Il silenzio durò dodici anni.
Il giorno in cui Wynalda aprì il cassetto
Nel febbraio del 2010, durante una trasmissione sul Fox Soccer Channel in cui si discuteva dello scandalo tra il capitano dell’Inghilterra John Terry e il suo compagno di squadra Wayne Bridge — una storia di tradimento identica nella sostanza — Eric Wynalda fu interpellato in diretta. Il Fatto Quotidiano
Qualcuno gli chiese se c’erano precedenti simili nella storia del soccer americano.
Wynalda non esitò: «C’è molta somiglianza tra quello che ci è successo nel ’98 e quello che sta succedendo ora all’Inghilterra. È un momento difficile per loro, perché so in prima persona come certe cose possano distruggere una squadra dall’interno.» Il Fatto Quotidiano
La notizia fece il giro del mondo nel giro di ore.
John Harkes, capitano della nazionale americana, aveva avuto una relazione con Amy Wynalda, moglie del suo compagno di squadra Eric Wynalda.
La versione di Sampson
Il giorno dopo, Sampson ruppe il silenzio con l’Associated Press. Disse di essere sollevato che la storia stesse finalmente emergendo, perché «forse ora le persone capiranno meglio le decisioni che presi in quei mesi prima del Mondiale». Il Fatto Quotidiano
Le sue parole fotografarono la situazione con precisione chirurgica.
«Non era una questione di perdere 2-0 contro la Germania o di perdere contro l’Iran», disse. «C’era qualcosa di più profondo che aveva condizionato questa squadra. Un conto è avere una relazione fuori dalla squadra. Un altro è averla dentro. Ci sono certi confini che non si possono attraversare.» Il Fatto Quotidiano
Sampson aggiunse che aveva cercato di mantenere il segreto per proteggere tutti i coinvolti. Che la gestione privata della vicenda era stata la più difficile della sua carriera. Che avrebbe potuto tenere Harkes in squadra nonostante tutto il resto — ma non dopo quello.
La versione di Wynalda
Eric Wynalda fu, in tutta questa storia, il personaggio più complesso e forse più umano.
Quando Sampson lo informò della decisione di escludere Harkes, Wynalda cercò di fargli cambiare idea. Voleva ancora il suo capitano in squadra. Nonostante tutto. Il Fatto Quotidiano
Era un uomo che stava cercando di tenere insieme la sua vita privata e la sua carriera professionale nello stesso momento, con il Mondiale alle porte. Una situazione che avrebbe messo a dura prova chiunque.
«Ho sofferto molto attraverso tutto questo processo», disse nel 2010. «La mia guarigione è finita, quindi ora sono pronto a parlarne.» Il Fatto Quotidiano
Harkes, dal canto suo, ha sempre negato la relazione con Amy Wynalda. È ancora sposato con sua moglie Cindi.
Francia ’98: il crollo
Senza Harkes, con uno spogliatoio spaccato tra chi sapeva e chi non sapeva, con tensioni che nessun discorso pre-partita poteva cancellare, gli USA arrivarono in Francia (la storia).
Il 15 giugno 1998 a Parigi, esordio contro la Germania. Finì 2-0 per i tedeschi. La squadra sembrò smarrita, priva di equilibrio, incapace di trovare i ritmi che l’avevano portata così lontano negli anni precedenti.
Il 21 giugno arrivò il colpo più duro. L’Iran — una partita carica di tensione politica in cui la propaganda degli ayatollah seguiva il match contro «il grande Satana» con attenzione maniacale. Gli USA dovevano vincere per restare in corsa. Colpirono quattro pali. Sbagliarono occasioni clamorose. Persero 2-1, con rete di McBride all’87° che non servì a nulla.
Il 25 giugno a Nantes, già eliminati, persero 1-0 contro la Jugoslavia in quella che fu paradossalmente la loro migliore prestazione del torneo.
Ultimi nel girone. Ultimi tra le 32 nazionali qualificate. Zero vittorie, zero pareggi, tre sconfitte, due gol segnati e cinque subiti.
Sampson fu esonerato immediatamente dopo il torneo. Al suo posto arrivò Bruce Arena — lo stesso che Sampson aveva battuto per un titolo NCAA nel 1985, in uno di quegli scherzi del destino che solo il calcio sa costruire.
Il dopo: riconciliazione e memoria
Harkes e Wynalda si riconciliarono nel 2005. Sampson e Harkes si strinsero la mano nello stesso anno. Il Fatto Quotidiano Le ferite si rimarginano. Le storie restano.
Oggi Harkes è allenatore in MLS. Wynalda è opinionista televisivo — è stato lui, in quella diretta del 2010, a decidere che era arrivato il momento di chiudere i conti con il passato. Sampson vive lontano dai riflettori.
Nessuno dei tre è il villain di questa storia. Tutti e tre sono uomini che hanno fatto scelte — alcune sbagliate, alcune dolorose — in un momento in cui il calcio americano stava cercando di diventare qualcosa di grande.
Quello che rimane
Quella nazionale aveva tutto per fare bene a Francia ’98. Aveva l’esperienza europea che mancava nel 1990 e nel 1994. Aveva giocatori di livello internazionale. Aveva battuto l’Argentina, aveva battuto il Brasile, aveva quasi vinto la Gold Cup.
E poi un segreto dentro uno spogliatoio si mangiò tutto.
Non è una storia di calcio. È una storia di uomini. E come tutte le storie di uomini, non ha eroi né colpevoli facili da individuare.
Ha solo conseguenze.
Trent’anni dopo, il Mondiale torna in America. Torna con una generazione nuova — Pulisic, McKennie, Musah, Weah — che porta sulle spalle tutto quello che è venuto prima. Le vittorie di Milutinovic, le lacrime di Sampson, il gol di Caligiuri a Trinidad, il rigore di Baggio, l’autogol di Escobar, il numero 20 di Ronaldo sulla panchina del Rose Bowl.
E anche questo — un segreto rimasto chiuso dodici anni che spiegò perché una nazionale intera si era sgretolata in Francia sotto il sole di giugno.
Ogni mattone conta. Anche quelli rotti.


