Il soccer esplose grazie a Pélé? La NASL, i Cosmos e la grande illusione americana del calcio
Quando Pélé venne presentato alla famosa conferenza tenutasi al Club 21 di Manhattan davanti a 300 giornalisti americani e internazionali nel giugno del 1975, il soccer USA e soprattutto la NASL arrivarono a un punto di svolta. Da mediocre lega calcistica seguita da poche migliaia di spettatori, senza un contratto televisivo dopo il fallimento di Just for Kicks trasmesso nel biennio ’67-’68 dalla CBS, con squadre che ogni anno lottavano per non scomparire, la NASL si ritrovò all’improvviso nell’occhio del ciclone mediatico a livello non soltanto nazionale ma addirittura mondiale.
Gli anni difficili del semiprofessionismo
L’inaspettato entusiasmo per la finale della Coppa del Mondo ’66 aveva fatto nascere due leghe che avrebbero poi creato la NASL nel 1968, ma dopo la prima stagione conclusasi con il fallimento di quasi tutte le squadre, era rimasta la percezione che il soccer negli USA sarebbe sempre rimasto il fratello povero degli sport americani. Con giocatori semiprofessionisti — mentre nel basket, nel baseball e nell’hockey gli atleti prendevano già paghe da favola ed erano considerati idoli nazionali — e con medie spettatori che si attestavano dai 4.000 ai 7.000 paganti tristemente dispersi in quei cavernosi stadi del football o del baseball, il soccer sembrava destinato a non crescere mai davvero. Un’immagine che solo ora, con la costruzione dei Soccer Specific Stadia pensati dal compianto Lamar Hunt, la lega si è in buona parte lasciata alle spalle.
Prima e dopo Pélé
Tutto questo, con l’arrivo di Pélé, sembrava improvvisamente cambiato. Negli occhi del commissioner della NASL, il gallese Phil Woosnam, ma anche degli altri addetti ai lavori, la possibilità che il soccer potesse competere entro pochi anni con gli affermati sport americani si era fatta concreta.
L’amichevole contro i Dallas Tornado, partita d’esordio della superstar brasiliana, aveva portato 21.278 spettatori al Downing Stadium di New York. A Philadelphia, con gli Atoms oramai tristemente allo sbando e appena 6.848 spettatori di media al seguito, ben 20.000 persone accorsero allo stadio solo per vedere Pélé in abiti borghesi — non giocò per infortunio. A Boston invece, siccome erano stati stampati più biglietti della reale disponibilità dello stadio, si scatenò una gigantesca rissa fuori dai cancelli.
Alcune considerazioni successive
Purtroppo nessuno allora capì che la gente si precipitava allo stadio esclusivamente per vedere Pélé, non perché fosse realmente interessata al proprio soccer team locale. Molti degli investitori pensavano che aggiungendo uno o più marquee player gli spettatori sarebbero aumentati in modo consistente, sopravvalutando il mercato etnico e non avendo le spalle coperte da una multinazionale come la Warner Bros nel caso dei Cosmos. Quell’atteggiamento, circa dieci anni dopo, avrebbe portato alla fine della lega e a un altro anno zero per il soccer.
Tutti inseguono i Cosmos
Nello stesso anno, su esempio dei Cosmos, i Boston Minutemen per far concorrenza alla squadra newyorkese avevano portato Eusébio, e i Seattle Sounders il gallese Mike England. Nel 1976 approdarono alla corte dello Zio Sam altri big del calcio internazionale — alcuni con ancora molto da dire, altri che invece avevano già dato il meglio di loro e cercavano solo un cospicuo ingaggio per terminare la carriera.
Tra questi vengono ricordati Giorgio Chinaglia, campione d’Italia 1974 con la Lazio; un George Best ancora trentenne; il peruviano Ramón Mifflin; la stella del Queen’s Park Rangers Rodney Marsh; il faro del centrocampo del Liverpool Dave Clements; e due oramai decotti eroi di Inghilterra ’66, vale a dire Geoff Hurst e Bobby Moore.
Questa pioggia di stelle cadenti aveva fatto crescere la media spettatori del 38% e focalizzato sulla NASL l’attenzione dei media internazionali. Segno dei tempi: Sports Illustrated, dopo aver dedicato una copertina a Pélé nel 1975, nel 1979 avrebbe fatto lo stesso con Giorgio Chinaglia.
La USSF non sta a guardare
In questo clima di euforia generale, approfittando del bicentenario della dichiarazione d’indipendenza, la USSF organizzò la USA Bicentennial Cup, cercando di coinvolgere le nazionali più titolate europee e sudamericane. Dal Sudamerica rispose il Brasile, già vincitore di tre titoli mondiali; dall’Europa arrivarono Italia e Inghilterra, entrambe alla ricerca di lustro dopo aver mancato la qualificazione agli Europei del ’76.
La nazionale USA non è all’altezza — cosa si può fare?
Rimase però un problema: la nazionale USA non era competitiva. I numeri parlavano chiaro.
Nei mesi precedenti la selezione americana aveva subito: 10-0 dall’Italia, 7-0 e 4-0 dalla Polonia in amichevole, 8-0 e 4-2 dal Messico nelle qualificazioni olimpiche, 6-0 dall’Argentina nel Mexico City Tournament ’75. Per tacere di una clamorosa sconfitta per 3-2 contro le assai modeste Bermuda nelle qualificazioni olimpiche.
La federazione non poteva permettersi di presentare una squadra senza esperienza internazionale e decise di creare una selezione mista: le star internazionali della NASL coadiuvate dai pochi giocatori americani di livello e qualche naturalizzato. La squadra venne chiamata Team America.
Le star internazionali erano Pélé, Bobby Moore, Dave Clements, Giorgio Chinaglia e il peruviano Ramón Mifflin. Lo sparuto contingente americano era formato dai portieri Arnie Mausser e Bob Rigby, Bobby Smith e Peter Chandler. I naturalizzati: Werner Roth, Julie Veee, Steve David, John Kowalski, Alex Skotarek e Hank Liotard. La panchina venne affidata all’inglese Ken Furphy.
In origine la formazione avrebbe dovuto contenere anche Rodney Marsh e George Best, ma al rifiuto di Furphy di assecondare le loro pretese di partite titolari in tutte e tre le gare del torneo, i due abbandonarono la squadra.
I risultati della Bicentennial Cup
📅 23 maggio 1976 — Los Angeles Coliseum (33.000 spettatori) Brasile 1–0 Inghilterra
📅 23 maggio 1976 — RFK Stadium, Washington (33.455 spettatori) Team America 0–4 Italia
📅 28 maggio 1976 — Seattle Team America 0–2 Brasile
📅 28 maggio 1976 — Yankee Stadium, New York (40.650 spettatori — picco del torneo) Inghilterra 3–2 Italia
📅 31 maggio 1976 — JFK Stadium, Philadelphia (16.239 spettatori su 102.000 disponibili) Inghilterra 3–1 Team America (unico gol americano del torneo: Stewart Scullion)
📅 Finale — Yale Bowl, New Haven (36.096 spettatori) Brasile 4–1 Italia (come ai Mondiali del 1970)
Considerazioni di fondo
Nonostante il pessimo andamento del Team America, la competizione venne considerata un successo, sia per l’ampio risalto sui media internazionali che per la buona affluenza del pubblico. Si calcola che la US Bicentennial Cup sia stata seguita da ben 500 giornalisti, con un ottimo ritorno di immagine sia per la NASL che per la crescente popolarità del soccer in generale.
La competizione mise in mostra da subito la capacità organizzativa degli americani — primo vero evento calcistico di una certa portata mai organizzato negli USA a livello di nazionali — ma anche lo stato del soccer a stelle e strisce di allora: alcune buone potenzialità, ma ancora molto da fare, come gli anni a venire avrebbero dimostrato.
Una curiosità storica
Mentre Italia e Brasile consideravano ufficiali le partite giocate contro il Team America, la Football Association — forse per il noto snobismo britannico unito a una punta di ripicca, celebrandosi pur sempre l’indipendenza di una loro ex colonia — non considerò tali i match, giustificando la decisione con il fatto che il Team America non era la nazionale USA bensì una formazione mista.
La storia sembra aver dato ragione agli inglesi: la delibera FIFA del 2001 stabilisce chiaramente che solo le partite disputate tra stati membri della FIFA possono essere considerate ufficiali, escludendo esibizioni tra nazionali e selezioni tipo Resto del Mondo.
A parte questo dato curioso, la Coppa del Bicentenario è comunque considerata, dal punto di vista organizzativo, il primo vero successo negli annali del soccer americano — molti anni prima delle Olimpiadi di Los Angeles ’84 e della Coppa del Mondo USA ’94.


