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Don Garber lascia la MLS: il regno del commissioner giunge al termine

Dal baratro del 1999 alle trenta franchigie di oggi: come Don Garber ha salvato e trasformato la MLS. Dal 2027 lo scettro passa a Larry Berg, con l'ombra della USL Premier all'orizzonte.

di Dario Torrente
Don Garber lascia la MLS, passaggio di consegne a Larry Berg
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Dopo 27 anni alla guida della Major League Soccer, Don Garber lascia la carica di commissioner: dal 1° gennaio 2027 lo scettro passerà a Larry Berg, cofondatore dei Los Angeles FC. Ripercorriamo come Garber ha preso una lega sull’orlo del fallimento e l’ha trasformata in un campionato da trenta franchigie, e quali sfide attendono il suo successore.

1999: una MLS sull’orlo del baratro

Molto tempo è passato da quell’agosto 1999 in cui il commissioner della MLS Doug Logan fu licenziato repentinamente e senza troppe parole, e al suo posto venne scelto un professionista sconosciuto ai più: Don Garber. La lega, dopo l’euforia iniziale, sembrava sul punto di sprofondare in un buco nero, con perdite quantificate in 250 milioni di presidenti morti dalla fondazione, avvenuta nel 1993 (anche se si sarebbe cominciato a giocare solo nel ’96).

Le partite si giocavano in cavernosi stadi del football americano, con le linee delle yarde e i campi in astroturf. A questo si aggiungevano l’effetto goccia nell’oceano di 10-15.000 spettatori dispersi in impianti capaci di contenerne almeno 80.000, la pessima prestazione della nazionale USA ai Mondiali di Francia ’98 e il fenomeno degli “eurosnobs”: tutto sembrava scrivere un altro imminente epitaffio per il soccer professionistico negli Stati Uniti.

Le prime scelte di Don Garber: tornare al calcio vero

Questa era la situazione che Don Garber constatò non appena si sedette sulla poltrona di commissioner. Senza perdersi d’animo, cercò di capire come invertire una tendenza che avrebbe altrimenti portato la MLS al fallimento. Pur non avendo esperienza nel soccer, aveva alle spalle un percorso molto significativo: aveva guidato l’area internazionale della NFL, da cui dipendeva l’oramai defunta NFL Europe. Sapeva quindi cosa volesse dire tenere in vita uno sport relegato all’indifferenza generale e costruire una fanbase capace di sostenere una lega professionistica.

Innanzitutto chiese agli investitori rimasti uno sforzo per farsi carico degli oneri degli anni a venire. Il gruppo AEG di Philip Anschutz prese in carico ben sei franchigie; Lamar Hunt, magnate e mecenate del soccer dai tempi dei Dallas Tornado nella vecchia NASL, divenne investitore di Dallas Burn, Kansas City Wizards e Columbus Crew; i Kraft rimasero a Boston alla guida dei New England Revolution.

Si decise poi che la caccia ai cosiddetti casual fans, tentando di americanizzare uno sport che americano non era, non stava portando frutti e andava abbandonata. Vennero aboliti gli shoot-out, reintroducendo il pareggio (scomparso dal calcio professionistico statunitense fin dagli anni Settanta), e i tabelloni con il tempo a scorrimento alla rovescia. Soprattutto, si cercò di capire cosa trattenesse gli appassionati dello sport più bello del mondo dal sostenere la propria lega nazionale.

L’era Don Garber: All-Star Game, SuperDraft e talento americano

Uno dei primi passi fu cambiare l’MLS All-Star Game. Se negli sport tradizionalmente americani ha senso che si affrontino le selezioni delle varie conference, il soccer era percepito come uno sport straniero: meglio quindi che la selezione MLS sfidasse squadre di rilievo internazionale. Dal 2002 la consueta sfida East vs West venne accantonata per affrontare nel tempo sia la nazionale USA sia club come West Ham, Everton, Arsenal, Roma, Juventus, Chelsea, Manchester United, Fulham, Tottenham Hotspur, Celtic, Chivas Guadalajara, Bayern Monaco e la selezione della Liga MX.

Un’altra intuizione della gestione di Don Garber è stato il SuperDraft, pensato per mantenere vivo il collegamento con lo sport universitario, che negli USA ha una rilevanza enorme. Anche se con la nascita delle academy negli anni Dieci ha perso un po’ di mordente, ha avuto il merito di avvicinare molti giovani al soccer e di tenere acceso il braciere da cui nacque la famosa golden generation, cresciuta all’ombra della defunta NASL e tenuta in vita proprio dal college soccer.

Sempre per coltivare il talento nostrano e alzare il livello dei calciatori made in USA, sotto la sua egida la lega ha stretto accordi di partnership con la USL: i ragazzi dei college e le riserve delle squadre MLS venivano mandati a farsi le ossa nell’allora PDL (oggi USL League Two), ma anche in USL League One e USL Championship. Accordi poi interrotti con la nascita della MLS Next Pro, lega composta quasi esclusivamente dalle seconde squadre delle franchigie MLS più qualche team indipendente.

Gli americani alla conquista dell’Europa

I risultati si sono visti: la nazionale USA, a eccezione del 2018, si è sempre qualificata ai Mondiali dal 1990 in poi, ha raggiunto con regolarità gli ottavi di finale e nel 2002 è arrivata addirittura ai quarti. Questo ha innescato un’inversione di tendenza: non più soltanto star a fine carriera che vanno negli USA a strappare gli ultimi ingaggi, ma anche calciatori americani che si affermano in Europa, come Clint Dempsey (Fulham e Tottenham), Tim Howard, portiere di Manchester United ed Everton, e Brad Friedel (Liverpool, Blackburn e Aston Villa), solo per citarne alcuni.

In Italia, dopo l’effimero Lalas, che lasciò il Padova proprio per approdare in MLS insieme a Zenga e Galderisi, e gli sfortunati Lassiter e Sztela in Serie B, negli anni recenti Tim Weah, figlio d’arte oggi all’Olympique Marsiglia, ha vestito la maglia della Vecchia Signora; Christian Pulisic, dopo Borussia Dortmund e Chelsea, veste quella del Milan; Yunus Musah è passato per Valencia, Milan e Atalanta. In Inghilterra il giocatore più rappresentativo del contingente americano, ormai numeroso in Europa, è il difensore Chris Richards, oggi al Crystal Palace dopo un passato in Bundesliga con Bayern Monaco e Hoffenheim.

Le scelte difficili: contrazione e TV a pagamento

Certo, non è stato tutto rose e fiori, specie nei primi anni. Si prese la sofferta decisione di chiudere le operazioni in Florida (dove si sarebbe tornati molti anni dopo), smantellando i Tampa Bay Mutiny e i Miami Fusion, nati appena pochi anni prima. Altrettanto discussa fu la scelta di pagare per trasmettere le partite sui maggiori network televisivi.

Scelte difficili e criticate, che però portarono a un consolidamento della MLS nel medio termine. La trasmissione a pagamento, interrotta poco dopo l’arrivo di Beckham, fece sì che nel 2007 il 52% degli americani sapesse dell’esistenza di una lega professionistica di soccer di prima divisione negli USA.

La chiave di volta: i soccer specific stadium

Ma la vera chiave di volta dell’era Don Garber, quella che ha trasformato una lega in forte perdita in un campionato redditizio, tanto da poter assegnare nel 2023 una franchigia per ben cinquecento milioni di presidenti morti (cento volte più di quando vennero assegnate le prime dieci nel 1994/95), sono stati i soccer specific stadium, sul modello di quelli inglesi.

A cominciare dal pioniere Lamar Hunt, che nel ’99 costruì a Columbus il primo impianto pensato interamente per il calcio negli USA dagli anni Venti del Novecento, le squadre MLS hanno via via abbandonato i ciclopici impianti del football americano o, peggio ancora, del baseball (salvo i casi in cui la proprietà fosse titolare o socia di una franchigia NFL o MLB). Seguito a ruota dagli altri investitori, lo stadio di proprietà è diventato quasi un obbligo per i futuri proprietari: una dimensione più intima e meno dispersiva, e soprattutto un oneroso affitto trasformato in una fonte di guadagno, visto che gli impianti possono ospitare concerti e altri eventi redditizi.

Nuovi proprietari e prime espansioni

Nel tempo il passivo della lega si è ridotto e altri proprietari si sono affacciati all’orizzonte, desiderosi di rilevare squadre dalla famiglia Hunt e dall’AEG di Anschutz. Prima fra tutti la Red Bull, che nel 2006 acquistò i New York MetroStars trasformandoli in New York Red Bulls; ma anche personaggi dello sport come Oscar De La Hoya, entrato nella proprietà degli Houston Dynamo. Nel giro di pochi anni l’AEG ha conservato solo i LA Galaxy, mentre la famiglia Hunt (il capostipite Lamar è scomparso nel dicembre 2006) ha ceduto gli allora Kansas City Wizards, oggi Sporting Kansas City, che furono a rischio relocation, e in seguito anche i Columbus Crew, mantenendo solo i Dallas Burn, divenuti poi FC Dallas.

La lega è tornata a crescere nel 2005 con l’arrivo di Real Salt Lake nello Utah e dei Chivas USA, oggi scomparsi ma degni di menzione: per la prima volta uno degli investitori in MLS era straniero, il messicano Jorge Vergara, segno che la lega stava diventando attrattiva anche per i capitali esteri. La nascita di RSL nello stato dei mormoni, dove nemmeno ai tempi d’oro della NASL erano mai state impiantate franchigie di prima divisione, era un chiaro segnale che il soccer negli USA era arrivato per restare, anche in competizione con gli sport tradizionalmente americani.

2007, l’anno della svolta: Beckham e la Designated Player Rule

Il 2007 è stato l’anno della svolta della gestione di Don Garber: nacque il Toronto FC, prima franchigia MLS fuori dagli Stati Uniti, e arrivò David Beckham dal Real Madrid, evento spesso paragonato all’arrivo di Pelé nel lontano 1975. Il fuoriclasse inglese ha dato ulteriore credibilità alla lega.

Per aggirare i vincoli del tetto salariale, fondamentali per la sopravvivenza della MLS, senza esporla al rischio di costi fuori controllo che era stato fatale alla NASL, venne creata la cosiddetta Beckham Rule: ogni franchigia può tesserare alcuni grandi nomi, i designated players (oggi fino a tre), che pesano solo in minima parte sul salary cap. Un modello sostenibile, senza rischi di default per una lega che, ricordiamolo, è stata fondata ed è ancora configurata come entità unica. Insieme a Beckham arrivarono Juan Pablo Ángel e Cuauhtémoc Blanco, mentre tornarono in patria Claudio Reyna e Brian McBride.

L’espansione della MLS: da Seattle a San Diego

Col tempo la lega ha continuato a espandersi includendo tre franchigie storiche già esistenti ai tempi della NASL: Portland Timbers, Seattle Sounders e Vancouver Whitecaps. È arrivata anche a Philadelphia con i Philadelphia Union, attesi da anni dal gruppo di tifosi Sons of Ben in una città che in passato aveva dato i natali agli Atoms e ai meno fortunati Fury.

Nel 2015 la MLS è tornata in Florida con l’Orlando City, già presente in USL, che scelse il leone come simbolo per rivendicare un legame con i disciolti Orlando Lions, squadra semiprofessionistica degli anni bui del post-NASL. A New York, grazie agli investimenti dello sceicco Mansour, già proprietario del Manchester City, e degli Yankees come soci di minoranza, è nato il New York City FC, criticato da molti e soprannominato ironicamente “Manchester Light”. Alcuni addetti ai lavori speravano che quel posto andasse ai New York Cosmos, rinati nel 2010 e ancora in cerca di una lega, ma l’allora presidente dei Cosmos Seamus O’Brien si rifiutò di pagare i cento milioni di presidenti morti richiesti dalla lega per una franchigia a New York.

In Texas sono nati gli Houston Dynamo, trasferendo la storica franchigia dei San Jose Clash, divenuti poi Earthquakes in ricordo della squadra in cui aveva militato, tra gli altri, George Best: è stata la prima e unica relocation nella storia della MLS, e pochi anni dopo, grazie ad altri investitori, gli Earthquakes sono tornati a esistere. I Chivas USA sono stati sostituiti, qualche anno dopo la loro scomparsa, dai Los Angeles FC.

Miami, Inter Miami e l’effetto Messi

Sono poi arrivate franchigie in mercati impensabili come Cincinnati, Charlotte e Miami, considerata ostica per la composizione della città, con una numerosissima comunità cubana che, come si sa, impazzisce per il baseball e snobba il soccer. Dove avevano fallito i Fusion, e prima ancora avevano avuto vita breve i Toros e i Gatos della NASL, grazie a David Beckham e agli investitori Jorge e José Mas nel 2020 è nata l’Inter Miami, che dal 2026 gioca nel suo soccer specific stadium, il Nu Stadium, dopo i primi anni a Fort Lauderdale.

Al di là delle maglie rosa, che suscitano ilarità in alcuni e perplessità in altri, la franchigia è oggi una delle squadre più vincenti negli USA e più conosciute al mondo grazie a Lionel Messi. L’arrivo dei campioni internazionali con la Beckham Rule, unito a politiche di protezione dei talenti locali, ha portato nella terra dello Zio Sam giocatori come Frank Lampard, David Villa, Andrea Pirlo, Steven Gerrard, Giovani dos Santos, Kaká, Thierry Henry, Didier Drogba, Sebastian Giovinco e molti altri.

Trenta franchigie e il ritorno delle piazze storiche

Grazie a queste politiche (arrivi di star internazionali con i costi sotto controllo, protezione dei talenti nazionali, soccer specific stadium ed espansioni anche in mercati difficili come Atlanta, dove gli United hanno trionfato là dove i Chiefs della NASL e i Silverbacks faticavano), la lega conta oggi trenta franchigie. Tra queste, città che tanto hanno dato alla storia del soccer USA ma che da troppi anni mancavano dal calcio che conta: St. Louis, assente dalla prima divisione dal trasferimento in California degli St. Louis Stars al termine della stagione NASL 1977, e San Diego, già terra degli effimeri Toros e Jaws, poi caposaldo della NASL e delle leghe indoor come la MISL con i San Diego Sockers, tuttora esistenti nella MASL.

Altre espansioni da citare sono Austin, Montréal (Montreal Impact, poi CF Montréal) e Minnesota United, proveniente dalla seconda ed effimera incarnazione della NASL, che ha riportato nel calcio che conta uno stato assente dal fallimento dei Minnesota Kicks nel 1981.

Dalle Big Four alle Big Five: l’eredità di Don Garber

In termini di seguito, per gli sportivi americani il soccer non è più il fratello povero o “lo sport straniero”, come è stato sprezzantemente chiamato per anni. Nel mondo dello sport professionistico americano non si parla più di Big Four (football americano, baseball, basket, hockey su ghiaccio) ma di Big Five, soccer incluso.

Ed è proprio in questo momento che Don Garber ha deciso, come annunciato ufficialmente dalla lega, di cedere lo scettro a Larry Berg, cofondatore dei Los Angeles FC, a partire dal 1° gennaio 2027, data entro la quale Berg dovrà cedere la sua quota azionaria per evitare conflitti d’interesse. Don Garber non uscirà del tutto di scena, ma assumerà la carica di presidente della lega.

Perché Don Garber lascia ora? L’ombra di una nuova soccer war

Le domande sono quasi d’obbligo. Dopo tanti anni di espansione e crescita, partiti da un periodo in cui la sopravvivenza della MLS non era affatto assicurata, è difficile ripetersi o restare su certi livelli: forse passare lo scettro del comando pur restando a corte è stata per lui la scelta più giusta.

Viene da pensare anche a un’altra ragione. Dopo la rottura degli accordi di partnership con la USL, insieme alla quale aveva tagliato le gambe all’ambiziosa ma effimera NASL, potrebbe scatenarsi una soccer war, espressione tristemente nota nella storia del soccer USA e spesso ulteriore freno allo sviluppo del gioco nel paese delle opportunità. La USL ha infatti annunciato la nascita della USL Premier, nuova lega di prima divisione sul modello della Premier League inglese (non a caso le categorie inferiori si chiamano USL Championship, USL League One e USL League Two), con tanto di promozioni e retrocessioni.

Promozioni e retrocessioni, il nodo irrisolto

Un meccanismo estraneo al panorama dello sport professionistico americano, ma che nel soccer in molti cominciano a chiedere, e che fu materia di disputa anche nella causa intentata dalla NASL contro la federazione (USSF) e la MLS, persa dalla NASL. La NASL è morta, ma l’idea sopravvive e riprende vigore nella USL, erede di APSL e USISL, le leghe semiprofessionistiche che tennero vivo l’interesse per il soccer dopo il fallimento della storica NASL, negli anni in cui nessuno avrebbe scommesso un centesimo sulla rinascita del calcio professionistico. L’APSL cercò tra l’altro, inutilmente, di contrastare la designazione della MLS come prima divisione da parte della USSF dopo USA ’94: una sfida donchisciottesca, perché i poteri forti avevano investito su Alan Rothenberg e la sua creatura. Ma, come dice il proverbio, la vendetta è un piatto che va servito freddo.

Oltretutto Don Garber si è sempre detto contrario a promozioni e retrocessioni, considerandole una consuetudine nata negli anni del semiprofessionismo e oggi inapplicabile negli USA, perché esporrebbe gli investitori a perdite molto elevate in caso di retrocessione della propria franchigia.

Larry Berg, l’erede di Don Garber

Riuscirà Larry Berg nel difficile compito di succedere a Don Garber? Cosa succederà quando la USL inaugurerà la sua Premier? Sul tavolo del nuovo commissioner ci sono già dossier pesanti, dal nuovo calendario da luglio a maggio alla riforma dei playoff a 20 squadre. Il resto lo sapremo nelle prossime puntate. Per ora, dai nuovi uffici della MLS a Manhattan, è tutto.

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