Se si volesse raccontare la storia della Major League Soccer con un solo nome, quel nome sarebbe Landon Donovan. Non perché sia stato il calciatore più famoso a calcare i campi della lega — quel primato, in termini di notorietà globale, appartiene ad altri — ma perché nessuno, prima o dopo di lui, ha incarnato con tale profondità e autenticità l’identità stessa del calcio americano. Donovan non era arrivato in MLS in aereo privato con un contratto miliardario costruito a tavolino da uno staff di manager. Era cresciuto lì, aveva mosso i suoi primi passi lì, aveva sofferto e trionfato lì, e lì aveva scelto di restare anche quando le sirene europee suonavano forte. Era, nel senso più letterale del termine, un figlio della MLS.
Nato il 4 marzo 1982 a Ontario, in California, Landon Timothy Donovan mostrò un talento fuori dal comune già da bambino. Aveva quella rara capacità di leggere il gioco in anticipo, di trovare spazi dove gli altri non li vedevano, di accelerare improvvisamente con una palla incollata al piede che sembrava sfidare la gravità. A quindici anni era già nei radar della federazione americana, e a diciassette partecipò alle qualificazioni per il Mondiale giovanile. Il Bayer Leverkusen lo portò in Germania per provarlo, ma l’Europa non fu mai veramente la sua casa. Tornò negli Stati Uniti con una consapevolezza nuova: il suo posto era là, in quella lega giovane e affamata che stava cercando i suoi eroi.
La leggenda costruita partita dopo partita, gol dopo gol

Con i San Jose Earthquakes prima, e poi con la LA Galaxy, Donovan costruì una carriera che non ha eguali nella storia della MLS. I numeri raccontano una storia quasi incredibile: 145 gol e 136 assist in regular season — record assoluti della lega al momento del suo ritiro. Ma i numeri, si sa, non catturano mai l’intera verità. Non dicono nulla di quelle serate in cui prendeva una squadra sulle spalle e la trascinava fuori dal baratro con la forza pura della volontà. Non spiegano come riuscisse a essere decisivo in modo diverso in ogni partita — a volte con un gol di testa, a volte con un assist di prima intenzione, a volte semplicemente pressando un avversario nel momento sbagliato e rubandogli il pallone per costruire qualcosa dal nulla.
Con la Galaxy vinse cinque MLS Cup: 2002 (con San Jose), 2003 (con San Jose), 2005, 2011 e 2012. Quest’ultima, in particolare, rimane una delle immagini più iconiche della storia recente della lega: Donovan, capitano, con la coppa in mano e un’espressione sul volto che racchiudeva tutto — la fatica, la gioia, il senso di appartenenza. Era il suo mondo, quella coppa. L’aveva guadagnata ogni giorno per dodici anni. I compagni lo seguivano non per paura o per riverenza, ma perché sapevano che con lui in campo le probabilità erano sempre dalla loro parte. Aveva quella qualità rara che distingue i grandi leader dai semplici campioni: la capacità di alzare il livello di chi gli stava accanto.
Il rapporto con la Nazionale e il gol che fermò il mondo
Sarebbe un errore raccontare Landon Donovan limitandosi alla MLS. Perché c’è un momento nella sua carriera che ha superato ogni confine, che ha fatto gridare di gioia milioni di americani che magari non avevano mai guardato una partita di calcio prima di quel giorno. Il 23 giugno 2010, a Pretoria, in Sud Africa, con gli Stati Uniti che avevano bisogno di un gol per passare il girone del Mondiale, Donovan trovò la rete all’ultimo secondo di recupero contro l’Algeria. Un gol che fermò il tempo. Che fece esplodere gli stadi americani in cui la gente si era radunata per seguire la partita. Che dimostrò una volta per tutte che il calcio, anche negli Stati Uniti, poteva spezzare il cuore e ricomporlo in un istante. In quel momento, Donovan non era solo un calciatore: era il simbolo di un’intera nazione che iniziava ad amare davvero questo sport.
Con la maglia a stelle e strisce collezionò 57 gol e 58 assist in 157 presenze, diventando per lunghi anni il capocannoniere e il giocatore con più presenze della storia della Nazionale americana. Partecipò a tre edizioni del Mondiale — 2002, 2006 e 2010 — dimostrando ogni volta di saper alzare il proprio livello nelle grandi occasioni. Il 2010 in Sud Africa fu probabilmente il suo torneo migliore, quello in cui mostrò al mondo intero che il calcio americano aveva finalmente trovato il suo campione assoluto.
Il ritiro e l’eredità immortale
Donovan si ritirò per la prima volta nel 2014, poi tornò brevemente nel 2016 con i San Diego Sockers e successivamente con i San Jose Earthquakes nel 2018. Ma il suo lascito era già scritto indelebilmente nella storia della lega. Ogni giovane calciatore americano che oggi sogna di sfondare nella MLS porta con sé, consciamente o meno, un pezzo di ciò che Donovan ha costruito. Ha dimostrato che non era necessario andare in Europa per diventare leggendari. Ha dimostrato che la MLS poteva essere il teatro di una carriera straordinaria. E ha dimostrato che il calcio americano, con i suoi ritmi, le sue peculiarità e la sua identità inconfondibile, meritava rispetto — da parte di tutti. Landon Donovan non è stato solo il più grande calciatore americano di tutti i tempi. È stato il calciatore che ha reso possibile tutto il resto. Segui MLS Magazine Italia per non perdere nessun aggiornamento sulla storia e sul presente della lega.


