⚽ 22 GIUGNO 1994. PASADENA, CALIFORNIA. IL GIORNO IN CUI IL CALCIO PERSE LA SUA INNOCENZA.
C’è una storia del Mondiale 1994 che non finisce al triplice fischio. Che non finisce nemmeno con la premiazione del Brasile campione del mondo. Che non finisce, in realtà, mai davvero.
È la storia di Andrés Escobar. E comincia con un cross.
CHI ERA ANDRÉS
Prima di raccontare cosa accadde, bisogna capire chi era quell’uomo.
In mezzo a una nazionale colombiana di funamboli e istrioni — dai Valderrama agli Asprilla, dai Rincón ai Leonel Álvarez — il profilo affilato, il carisma solenne e il portamento signorile di Andrés Escobar spiccavano come qualcosa di diverso. Guerin Sportivo
Lo chiamavano El Caballero de la Cancha. Il Gentiluomo del campo.
Era il capitano dell’Atlético Nacional di Medellín, e aveva sul taccuino dei dirigenti del Milan come possibile acquisto: i suoi tempi di gioco e il suo ordine tattico non erano sfuggiti allo sguardo di Arrigo Sacchi. Goal.com Aveva 27 anni. Una fidanzata dentista. Un matrimonio in programma. Un futuro in Italia che sembrava scritto.
E aveva una fede incrollabile nel calcio come strumento di riscatto per la Colombia — un paese che nel 1994 stava ancora raccogliendo i cocci di anni di guerra tra cartelli della droga, violenza di Stato e terrore quotidiano. Amici e parenti lo descrivono come un uomo che credeva davvero che il calcio potesse salvare la Colombia. VICE
Andrés leggeva la Bibbia ogni giorno prima delle partite. Teneva due foto come segnalibro: sua madre, scomparsa, e la sua fidanzata.
LA COLOMBIA CHE ARRIVÒ IN AMERICA
Quella nazionale aveva fatto cose enormi. Il 5 settembre 1993, a Buenos Aires, aveva demolito l’Argentina 5-0 nel Monumental. Cinque a zero. In casa loro. La stampa colombiana parlò di parricidio, perché l’Argentina era sempre stato il riferimento principale del calcio dei Cafeteros. Il Post
Il mondo intero si aspettava che quella Colombia arrivasse lontano negli Stati Uniti. Qualcuno la vedeva addirittura tra le favorite.
Ma la realtà era più complicata di quanto apparisse dall’esterno.
Alle 11 del mattino del 22 giugno, cinque ore prima della partita con gli Stati Uniti, nell’hotel della squadra arrivò un fax anonimo: “Se Gomez gioca faremo saltare in aria la sua casa e quella del ct Maturana.” Storie di Calcio Il commissario tecnico riunì la squadra. Si decise di escludere il centrocampista. Undici uomini scesero in campo al Rose Bowl con quel peso sulle spalle, con quella paura negli occhi.
Non era calcio. Era qualcos’altro.
IL CROSS. IL PIEDE. IL SILENZIO.
34° minuto. Colombia contro USA. Ernie Stewart crossa dalla destra. Andrés Escobar, il capitano, il Gentiluomo, tenta di anticipare il centravanti avversario e deviare il pallone lontano dalla porta.
Il pallone cambia direzione. Finisce in rete. Porta colombiana.
Carlo Nesti, che racconta la partita per la RAI in Italia, parla di “incredibile condanna” quando la palla finisce in fondo al sacco. Quando Escobar si rialza, la sua faccia non è quella del disappunto, della delusione e nemmeno della vergogna. È una maschera di cera scura dai tratti precolombiani. I suoi occhi scrutano in lontananza come quelli di un uomo che si è smarrito in mezzo al deserto, con nessun altro vicino a sé. Anche se si trova in mezzo a centomila spettatori. Guerin Sportivo
La Colombia perse 2-1. Fu eliminata. Tornò a casa.
MEDELLÍN. 2 LUGLIO 1994.
Andrés sapeva che era pericoloso uscire. Gliel’avevano detto. Ai giocatori era stato raccomandato di non lasciare le proprie abitazioni al ritorno in Colombia. Il Post
Ma Andrés era fatto così. Non si nascondeva. Non era il tipo.
Quella sera andò al ristorante “El Indio” di Medellín. Fu riconosciuto. Insultato da alcuni tifosi per il suo errore contro gli Stati Uniti. Tra chi lo prese di mira c’erano due narcotrafficanti. La tensione degenerò in uno scontro nel parcheggio. Tiscali Sport
L’assassino, prima di aprire il fuoco, gli urlò “Goool!” — una volta per ogni proiettile. Radio Bullets Sei in tutto.
Andrés Escobar morì nel parcheggio di una discoteca di Medellín, dieci giorni dopo quell’autogol, a 27 anni.
Fu ucciso un mese prima del suo matrimonio. Il Post
LA VERITÀ CHE NON C’È
Le indagini portarono all’arresto di Humberto Muñoz Castro, guardia del corpo di due fratelli narcotrafficanti. Condannato a 43 anni, ne scontò 11, uscendo per buona condotta nel 2005. Ammise di aver sparato, ma disse di non aver mai saputo chi fosse l’uomo che aveva ucciso. Tiscali Sport
Il movente ufficiale non fu mai il calcio. Non fu mai provato che qualcuno avesse ordinato la sua morte per quell’autogol, per le scommesse perse, per i soldi dei narcos evaporati insieme alla qualificazione colombiana.
Le indagini dimostrarono che Escobar non era stato seguito da nessuno, e che quello non era il modus operandi di un’esecuzione decisa dalla criminalità organizzata. Il Fatto Quotidiano Fu, secondo gli inquirenti, una tragica fatalità in un paese dove la violenza era diventata così ordinaria da non aver più bisogno di un mandante.
Eppure il mondo continuò — e continua — a raccontare la storia diversamente. Perché il mondo ha bisogno che le cose abbiano un senso. Ha bisogno che la morte di un uomo buono abbia una causa comprensibile, anche se mostruosa. L’idea che Andrés Escobar sia morto per niente — per una serata in discoteca, per una coincidenza, per il caso cieco di un paese in guerra con se stesso — è forse ancora più insopportabile dell’idea che sia morto per un autogol.
QUELLO CHE RIMANE
Ai funerali di Andrés Escobar parteciparono 120.000 persone. C’era anche il Presidente della Repubblica colombiana. Il Post
Carlos Valderrama, il suo compagno di nazionale con quella chioma bionda impossibile, piangeva ancora vent’anni dopo ogni volta che qualcuno pronunciava il suo nome. Trent’anni dopo, il Mondiale torna in America. Torna negli stessi stadi, sullo stesso suolo. Torna con la Colombia qualificata, con James Rodríguez al Minnesota United, con una nazione che ha fatto un pezzo di strada enorme da quel 1994.
E torna con quella storia ancora lì, sospesa, senza una risposta definitiva.
Il Gentiluomo del campo non vedrà questo Mondiale. Ma chiunque lo conosce sa che l’avrebbe guardato con quegli occhi — quelli che cercavano sempre qualcosa di bello, anche nel mezzo del caos.
“La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda, e come la si ricorda per raccontarla.” — Gabriel García Márquez


