C’è un’immagine che sintetizza il Mondiale 2026 degli Stati Uniti meglio di qualsiasi statistica. Nelle settimane prima del torneo, Mauricio Pochettino aveva riunito i suoi giocatori e lanciato la sfida: «Why not us?» Una domanda coraggiosa, quasi una dichiarazione d’intenti. Un mantra americano, figlio di quella stessa cultura che aveva prodotto il Miracolo sul Ghiaccio del 1980. Sports Illustrated
Il problema è che le domande, prima o poi, trovano risposta. E la risposta che ha dato il Belgio al Lumen Field di Seattle — 4-1, senza discussioni, senza attenuanti — è stata brutale nella sua chiarezza.
Non era quello che ci si aspettava. Non era quello che meritava un paese ospitante, con i suoi stadi pieni, i suoi tifosi in delirio, la sua generazione più talentuosa di sempre. Questa doveva essere la seconda partecipazione ai quarti di finale nella storia della nazionale. È diventata invece la quarta uscita agli ottavi nelle ultime cinque edizioni del Mondiale. ESPN
Un girone favorevole che nascondeva i problemi
Partiamo da un dato scomodo che troppo spesso è stato ignorato nel racconto trionfalistico delle prime settimane. Il Belgio è stata l’unica squadra affrontata dagli USA durante l’intero torneo classificata più in alto nella graduatoria FIFA rispetto a qualsiasi avversario incontrato nel 2022 (Mondiale in Qatar). La Bosnia, battuta nel Round of 32, era letteralmente l’avversaria meno quotata nella storia degli USA a un Mondiale dall’introduzione del ranking FIFA. Forbes
Il 4-1 al Paraguay e il 2-0 all’Australia erano stati reali, e avevano prodotto momenti di calcio genuinamente entusiasmanti. Ma erano anche il prodotto di un percorso costruito su avversari gestibili. Quando è arrivata la prima vera prova del fuoco, non c’era semblanza della squadra vista nei gironi. Gli USA sembravano una preda timida di fronte a un predatore europeo. Sports Illustrated
Pochettino: l’identità c’era, poi è sparita
Il nodo più delicato riguarda proprio il tecnico argentino. Il giudizio non è semplice, e il dibattito negli USA è ancora aperto e rovente.
Da una parte, nelle prime partite gli Stars and Stripes avevano un’identità chiara per la prima volta da quando Pochettino era in carica: aggressività, pressing offensivo, movimenti dinamici. In tutte e tre le partite del girone, gli americani avevano dettato il ritmo e trovato il gol nei primi undici minuti. Un sistema riconoscibile, una mentalità condivisa. Sports Illustrated
Dall’altra, contro il Belgio Pochettino ha fatto scelte strane che non hanno pagato. L’insistenza su Ricardo Pepi come unica alternativa offensiva, la gestione discutibile di Timothy Weah — praticamente assente dall’undici titolare per ragioni mai chiarite — e l’incapacità di cambiare l’inerzia della partita dai quattro mesi avuti a disposizione hanno lasciato più di una domanda aperta. NBC Sports
Pochettino stesso, a fine partita, ha ammesso: «Dall’inizio non siamo riusciti a entrare in partita. Anche quando abbiamo segnato il pareggio, abbiamo subito gol nell’azione successiva. È stata dura dal primo minuto». Parole oneste. Ma l’onestà, dopo un 4-1 in casa propria, non basta. Sports Illustrated
Pulisic, McKennie, Adams: il talento non si è visto
La Golden Generation ha fallito nel momento più importante. Non per mancanza di talento — quello c’è, ed è reale — ma per incapacità di esprimerlo sotto pressione vera.
Christian Pulisic ha vissuto un torneo segnato dagli infortuni e dall’inconsistenza. Quando disponibile, i lampi ci sono stati, ma mai la continuità necessaria per trascinare una squadra negli ottavi di finale di un Mondiale. Pulisic è arrivato al torneo senza aver segnato in 19 partite consecutive con il club, e il Mondiale non ha cambiato la tendenza nei momenti che contavano davvero. NBC Sports
Weston McKennie — uno dei giocatori più attesi — è stato impreciso e caotico nel primo tempo contro il Belgio, vincendo appena un duello su sette. Non il centrocampista fisico e combattivo che si ricordava. NBC Sports
Tyler Adams, perno dell’organizzazione di mediana, ha dovuto fronteggiare un Youri Tielemans in stato di grazia, senza avere vicino un giocatore come Tanner Tessmann che avrebbe potuto dargli una mano concreta. Il problema è che Pochettino non lo ha messo in condizione di averlo. NBC Sports
La querelle Balogun: lo scandalo che ha oscurato tutto il resto
Nessuna analisi del Mondiale americano può ignorare quello che è successo nelle 48 ore prima del Belgio. Folarin Balogun, espulso contro la Bosnia, avrebbe dovuto scontare una squalifica automatica. Poi la telefonata di Donald Trump a Gianni Infantino, il ribaltamento della sospensione da parte della FIFA senza alcuna spiegazione ufficiale, la controricorso del Belgio, le dichiarazioni di fuoco dell’UEFA — che aveva definito la decisione «senza precedenti, incomprensibile e ingiustificabile». Yahoo Sports
Il paradosso finale: Balogun, nonostante la controversa riammissione, ha avuto una partita anonima contro il Belgio, raramente a contatto con il pallone e senza mai incidere in zona offensiva. La più grande disputa politico-sportiva nella storia del calcio americano, per un impatto zero sul campo. ESPN
Il Belgio, anche dopo la vittoria netta, ha dichiarato che continuerà a premere sulla FIFA per ottenere trasparenza sulla decisione — un segnale che la vicenda lascerà strascichi ben oltre questo torneo. Il movimento calcistico americano, che stava costruendo faticosamente credibilità internazionale, porterà quell’asterisco per anni. Newsweek
Tutto quello che è andato storto, tutto insieme
Il torneo si era messo bene per gli USA in ogni sua componente: il girone era favorevole, l’infortunio di Pulisic non era grave, il tabellone si era aperto nella maniera migliore possibile con Bosnia e Belgio — quest’ultimo forse nella sua versione più debole degli ultimi quindici anni. Eppure gli USA non sono riusciti a cogliere l’occasione. ESPN
Gli USA non hanno mai subito una sconfitta più pesante e imbarazzante nella fase a eliminazione diretta di un Mondiale. Il danno alla credibilità della nazionale è incalcolabile. FOX Sports
Non è un fallimento totale. Le vittorie su Paraguay e Australia esistono. Alex Freeman e Sebastian Berhalter hanno scritto le loro pagine personali. Balogun ha chiuso con tre gol in cinque partite, prima dello scandalo. Chris Richards è stato il migliore in campo per larghi tratti del torneo.
Ma il bilancio complessivo è quello di un’opportunità sprecata — forse la più grande nella storia del calcio americano. Un paese ospitante, uno stadio da 67.000 persone, una generazione di talento reale, un tabellone favorevole.
E un risultato che non ha cambiato nulla rispetto al 2010, al 2014, al 2022.
Il calcio americano deve ripartire. La domanda «Why not us?» resta senza risposta. E quella risposta, adesso, è diventata più urgente che mai.


